Filindeu, una tradizione contesa
di Alessandra Addari
Uno chef sardo con ristorante a Roma, deposita il marchio della ricetta “Filindeu dolce”, ma sono almeno tre i cuochi pasticceri che ne rivendicano la proprietà. Una disputa che rischia di finire in tribunale
Scoppia la polemica, dopo la scoperta a distanza di tre anni della registrazione del marchio “filindeu dolce” da parte di Luca Mura, chef sardo che nel suo ristorante di Roma propone piatti della tradizione.
Luca Mura, nato a Solarussa in provincia di Oristano, tre anni fa ha infatti ha registrato la sua ricetta particolare, creata utilizzando le basi della preparazione de su filindeu, con l’aggiunta di strutto e zucchero per rendere quei fili idonei ad essere degustati fritti come un dolce, dato che lo strutto rende friabile il prodotto. Si sa però che i social poi rendono tutto pubblico e così è nata una disputa, con il pericolo di finire nelle aule dei tribunali, tra chi sostiene che quella ricetta esisteva già e chi accusa Mura di essersi appropriato di qualcosa di non suo.
Il ristoratore si difende e racconta “tanti anni fa ho cercato di imparare la preparazione de su filindeu, difficilissima e da allora ho provato e riprovato altre varianti, mescolando ingredienti, traendo spunto da altri dolci della tradizione, fino ad arrivare alla preparazione di una particolare pasta dal sapore dolce che è piaciuto molto ai miei clienti. Un dolce che è una mia creazione, frutto della mia esperienza, anche se alla base c’è sempre il metodo Filindeu”.

Il problema è tutto lì, in quel nome che evoca una storia, l’identità di un popolo e che non può essere considerato di proprietà di alcuno se non della comunità in seno a cui è nato.
Luca Mura però spiega: “quando si crea una variante di una ricetta, ad esempio degli spaghetti la si chiama spaghetti alla norma, alla carbonara, allo scoglio, fino ad attribuirgli il nome proprio di chi l’ ha inventata, lo stesso vale per il mio filindeu dolce, io – conclude – voglio tutelare la mia ricetta che ho inventato e che mi prepara la maestra Paola Abraini, perché io non ho tempo di farlo”.
Fino a qualche anno fa la pasta “Filindeu “fili di Dio” era pressoché sconosciuta ai più. Una pasta tradizionale del nuorese, tra le più preziose e rare al mondo e la cui preparazione è difficilissima. La pasta, composta di semola ed acqua deve essere tirata da una mano all’altra, fino a creare dei fili sottilissimi che poi vanno incrociati gli uni sugli altri, in modo tra creare una tela che viene lasciata essiccare in appositi cesti.
La parte più difficile sta proprio nel tirare la pasta senza che i fili si spezzino, ma stando attenti ad arrivare alla misura giusta, il più fine possibile, per poterla poi intrecciare.
Su filindeu così creato ed essiccato viene poi tagliato a pezzi e gustato nel brodo di pecora.
La sua esistenza è stata portata all’attenzione del grande pubblico da alcuni Chef attenti alle tradizioni e da qui ha cominciato a circolare sul web con filmati che ne raccontano le difficili fasi della sua preparazione e in tanti hanno provato a riprodurla. E così questa pasta originaria di Nuoro, prima patrimonio solo di alcune maestre artigiane è entrata in molte cucine che l’hanno adattata a varie preparazioni e ai gusti dei clienti, fino a crearne una variante dolce.
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Mi ripeto ancora. Tanto rumore per niente. Non riesco a capire il senso di registrare il nome di una specialità storica come su Filindeu. Il ristoratore non lo ha inventato; non è farina del suo sacco. Dové la bravura o la genialità? Nel registrare un nome a appropriarsene come esclusività che può utilizzare solo lui? Siamo seri. La sig.ra Abraini di Nuoro ha voluto proporlo, già nel 2012 durante una manifestazione a Nuoro in diversi modi; con il nero di seppia, alle verdure e anche dolce. E’ una sua creazione; Luca Mura non lo ha inventato, perché glielo prepara la sig.ra Abraini; ha pensato a una furbata registrandolo; è sbaglia quando dice ” l’ho creato io”. Se nell’ufficio competente fossero più informati, avrebbero evitato di registrarlo. E tutte le antipatiche discussioni di questi giorni si sarebbero evitate. Sicuramente sono state alimentate dall’arroganza e dalla presunzione del cuoco. Troppo parlare, troppa visibilità, troppa enfasi al niente. Già c’è tanto caos nel mondo della gastronomia, ci mancava anche questa. Non sono contro la creatività e l’innovazione; ma sono per la TRADIZIONE, perché sono le radici della nostra gastronomia e le difendo contro gli “inquinamenti” di ogni genere. Spegniamo i riflettori e ignoriamo le bizzarre estrosità che durano come i fuochi d’artificio. Luci e rumori, ma poi resta solo il fumo