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Vitamina D: è la sua carenza a rendere così letale Covid-19?

Alcuni esperti ipotizzano che la carenza di questo ormone abbia reso la popolazione italiana, soprattutto quella del nord, più vulnerabile all’infezione

La carenza di vitamina D nella popolazione italiana sta giocando un ruolo nell’impatto che il Covid-19 sta avendo nel nostro Paese? La domanda è legittima, la risposta ancora incerta. A parlarne per ora sono in pochi: l’ex capo del Center of Disease Control americano Tom Frieden, medici inglesi e in Italia il professor Andrea Giustina, primario dell’Unità di Endocrinologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e professore Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che con i colleghi oltremanica si è confrontato sul British Medical Journal.

Vitamina D e coronavirus: l’ipotesi

«In Italia il tasso di letalità del coronavirus sembra essere maggiore rispetto a quello registrato in altri Paesi – spiega Giustina – Ad oggi questo dato è stato giustificato un po’ con motivazioni sociali (il nostro senso della famiglia e l’abitudine al contatto), un po’ con l’età media della popolazione. Abbiamo più anziani, quindi più persone fragili e/o con patologie croniche. Il fattore vitamina D entra naturalmente in queste motivazioni, perché quasi tutti gli anziani italiani hanno un’ipovitaminosi D». A livello europeo infatti godiamo di un primato: i dati epidemiologici riportano che l’Italia è uno dei Paesi con la più alta prevalenza di carenza di questo ormone, «utile al benessere generale e quindi anche alla risposta immunitaria e alla prevenzione di infezioni sistemiche» sottolinea l’endocrinologo.

Perché siamo carenti di vitamina D?

Il termine “ormone” è importante, perché nonostante si definisca “vitamina”, a differenza della C, della A, della K o della E, la nostra necessità di D non può essere soddisfatta solo attraverso l’alimentazione. Anzi: la dieta contribuisce solo a un 20%, il restante fabbisogno va soddisfatto con l’esposizione al sole. È proprio per questo motivo che lo stile di vita occidentale ci sta impoverendo della vitamina D. Passiamo tanto tempo in luoghi chiusi (ora siamo addirittura in quarantena, ma anche prima tra uffici, locali e casa, soprattutto in inverno, si passava poco tempo all’aria aperta) e non abbiamo alimenti fortificati. «L’enorme quantità di popolazione con ipovitaminosi D in Italia è dovuta alla mancanza storica di un programma di fortificazione alimentare con vitamina D – conferma l’esperto – Questo è in contrasto con ciò che è stato fatto da decenni in altre aree del mondo, portando a ciò che è noto come il paradosso scandinavo, ovvero il più alto livello di vitamina D nei paesi del nord Europa a bassa esposizione al sole rispetto ai paesi del sud a maggiore esposizione al sole».

Vitamina D e coronavirus:
necessario il confronto tra popolazioni

Per confermare il nesso tra poca vitamina D e coronavirus “violento”, l’esperto spiega che sarebbe necessario esaminare i livelli dell’ormone nel sangue di tutti i pazienti ospedalizzati con l’infezione da Covid-19 e in diversi stadi della malattia. «Mi aspetto che tutti abbiano un livello basso di vitamina, ma per capire se quantità più alte sono davvero in grado di migliorare la risposta all’infezione, sarebbe utile osservare come reagiscono popolazioni senza carenza, come ad esempio la Scandinavia».

Può rientrare tra le concause

Con questo discorso, Giustina non ci sta dicendo di correre a comprare integratori di vitamina D per difenderci dal virus. Anzi. «Non bisogna focalizzarsi su una singola sostanza come ipotetica causa o per mirare la prevenzione e la cura dell’infezione. Infatti è verosimile che vi siano diverse possibili concausee altrettanti possibili approcci alla prevenzione e alla terapia. Si tratta però di untema utile a comprendere l’impatto dello stile di vita di una popolazione, e quindi delle sue carenze nutrizionali, nei confronti di una malattia. Con la possibilità, se poi la cosa dovesse essere confermata, di chiedere allo Stato di impegnarsi nella distribuzione di alimenti fortificati con la vitamina D. Dopotutto un’azione simile è stata fatta per lo iodio per combattere il gozzo in alcune aree e la carenza diffusa a livello nazionale» ricorda l’endocrinologo.

Vitamina D e quarantena

Ci si chiede come ovviare alla poca esposizione ai raggi del sole in questi giorni di quarantena. Secondo l’esperto non si può generalizzare: «chi non ha mai rilevato una carenza, quindi soprattutto i giovani, può beneficiare dall’esposizione al sole attraverso la finestra. In maniche corte meglio, ma fa ancora freddo, quindi aspettiamo che l’aria si scaldi. Chi già integrava perché sa di avere un’ipovitaminosi D continui a farlo. Mentre un discorso a parte meritano le persone anziane, soprattutto se sovrappeso o con diabete, confinate in casa e che già poco si esponevano al sole. Per queste persone un’adeguata supplementazione di vitamina D va sempre considerata, sentendo naturalmente il proprio medico, perché sono le più fragili e più a rischio, in cui la vitamina D fa sicuramente bene alle ossa e chissà che possa aiutarle a difendersi dall’ infezione virale».

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